Note storiche e Testimonianze

La storia

Questa chiesa, che sorge su un terreno già appartenente al Comune di Roma, fu inaugurata il 24 settembre 1938, dopo circa un anno di lavori diretti dall’ing. Francesco Fornari. Ne fu progettista l’ing. Tullio Rossi e costruttrice l’impresa Mariani. È lunga trentun metri e larga diciotto; ha tre navate in forma basilicale con abside ed è abbellita da vari marmi: il travertino, il verde issore e il rosso porfirico, forniti dalla ditta Bruni.

La bella immagine della Madonna, venerata sotto il titolo del Soccorso, è dono della signora Marianna Pasquali, figlia del romano Giovanni Battista Pasquali, che aveva tenuto in sommo onore la santa effigie, dal settembre 1870 al dicembre 1898, nella sua cappella domestica. Morendo, il Pasquali la lasciò alla figlia Giuseppina, precisando che, qualora non le fosse stato possibile assicurare alla santa immagine la venerazione sempre prestata in casa, avrebbe potuto donarla ad una pubblica chiesa.

Dal giorno benedetto della sua intronizzazione in questa borgata, sorta rapidamente alla vigilia della guerra e grandemente estesasi nell’immediato dopoguerra, il composto dipinto ottocentesco, assai devoto ed espressivo, ha richiamato intorno al suo altare una folla sempre più numerosa di fedeli.

Di questo hanno non piccolo merito gli ottimi sacerdoti, che si sono avvicendati nella direzione della parrocchia, e le infaticabili suore Sacramentine di Bergamo, che, con la scuola frequentatissima, il doposcuola, il laboratorio, i raduni per le mamme delle alunne, la filodrammatica e una quantità di altre attività felici, si sono guadagnate la stima entusiastica dell’intera popolazione : basti dire che, quando si cambia la superiora, le firme alle lettere di protesta non si contano.

La borgata, che oggi ha ben 20.000 abitanti, sperimentò la benevolenza della sua Protettrice specialmente durante la guerra, quando, molto esposta ai bombardamenti, ne fu assolutamente incolume. Il materno soccorso fu ricordato dalla seguente iscrizione apposta alla graziosa edicola in travertino lucido dell’altare maggiore, disegnata dall’ing. Francesco Fornari e costruita con le offerte dei parrocchiani.

Un altro ricordo della pietà della Madre e della riconoscenza dei figli è l’immagine del rosone esterno e un’armoniosa campana, entrambe inaugurate nel 1947. Alla sua inaugurazione la Parrocchia è stata affidata al clero Diocesano di Roma, e poi, il 23 Aprile 1961 alla provincia Lombarda dei Frati Minori Cappuccini ed infine, dal 01 Ottobre 1986, all’Associazione dei Sacerdoti del Prado: https://www.pradoitaliano.it

VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA MARIA DEL SOCCORSO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 5 marzo 1995

  1. “Et ne nos inducas in tentationem…”.

Mercoledì scorso, col rito delle Ceneri, abbiamo iniziato un nuovo cammino quaresimale. Con l’imposizione delle ceneri sul capo dei fedeli, la Chiesa ricorda la fondamentale verità sull’uomo contenuta nelle parole del Libro della Genesi: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” (cf. Gen 3, 19). In luogo di questa formula, la liturgia ne prevede anche un’altra tratta dal Nuovo Testamento: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1, 15). Questa seconda esortazione mette in risalto il fatto che la Quaresima è un periodo di evangelizzazione particolarmente intensa. Si tratta delle parole, annotate dall’evangelista Marco, con le quali Gesù di Nazaret inaugura la sua predicazione messianica. A tale inizio richiama i nostri pensieri anche la liturgia della Parola dell’odierna prima Domenica di Quaresima.

Gesù, ricevuto il battesimo nelle acque del Giordano, si reca nel deserto. Leggiamo in san Luca: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto […]. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati ebbe fame” (Lc 4, 1-2). E proprio la fame costituisce l’occasione della prima tentazione, alla quale l’uomo Gesù di Nazaret si è sottoposto, per iniziare l’opera della nostra Redenzione. È molto importante meditare sul fatto che Gesù, Figlio unigenito del Padre ed allo stesso tempo vero uomo, accetta di essere tentato. Colui che, sulla riva del fiume Giordano, si era unito alla fila dei peccatori per ricevere il battesimo di penitenza da parte di Giovanni, nel deserto dimostra di voler liberare l’umanità dal peccato attraverso una profonda solidarietà con l’uomo peccatore. Proprio per questo accetta l’esperienza di essere tentato. L’uomo infatti pecca perché cede alle molteplici tentazioni che gli si presentano.

  1. I racconti evangelici descrivono le tentazioni di Gesù nel deserto facendo riferimento alla triplice

concupiscenza che, secondo l’insegnamento di san Giovanni, costituisce lo stimolo del peccato (cf. 1 Gv 2, 16): la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita. Nel brano di Luca, che abbiamo ascoltato, il tentatore fa riferimento a queste tre concupiscenze.

Anzitutto si riferisce alla concupiscenza della carne. Approfittando del fatto che Gesù è stremato dal digiuno, Satana insinua in Lui il seguente pensiero: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane” (Lc 4, 3) – naturalmente allo scopo di saziare la tua fame. Si tratta qui di un bisogno naturale, che in sé non ha nulla di riprovevole. Tuttavia, Satana attribuisce al bisogno naturale del cibo carattere di tentazione. Perciò Cristo respinge il suo consiglio, apparentemente benevolo, replicando con le parole della Scrittura: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc4, 4).

  1. La tentazione successiva corrisponde a ciò che san Giovanni chiama “concupiscenza degli occhi”. Il tentatore conduce Gesù in alto e in un istante gli mostra tutti i regni del mondo dicendo: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni […]. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo” (Lc 4, 6-7). Nell’uomo la concupiscenza degli occhi si accompagna al desiderio, o piuttosto alla bramosia di possedere. Di per sé, il possedere dei beni è una cosa voluta per l’uomo dal Creatore, che sin dall’inizio gli affidò il mondo visibile dicendo: Soggioga la terra! (cf. Gen 1, 28). Tuttavia, il legittimo desiderio dei beni, di cui l’uomo ha bisogno per vivere, viene trasformato dalla concupiscenza in bramosia di possesso, in smania di possedere per possedere, per avere il più possibile, per avere tutto. Questo “avere” diventa più importante dell’“essere”, come ha ricordato giustamente il Concilio (Gaudium et Spes, 35). È questa una grande tentazione per l’uomo, ferito e indebolito, dopo il peccato originale. In modo particolare essa è forte nella nostra epoca, che, in un grado finora sconosciuto, ha sviluppato nell’uomo la brama di possedere.

Gesù respinge anche questa tentazione ricorrendo alle parole della Sacra Scrittura: “Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai” (Lc 4, 8). Nel rispondere Gesù non fa riferimento al possesso, ma smaschera il fine per cui il tentatore voleva strumentalizzarlo: servire e adorare ciò che non è Dio. Se l’uomo infatti possiede i beni di questo mondo senza bramosia e con l’aiuto di essi serve Dio e il prossimo, è segno che ha sconfitto la bramosia del possedere.

  1. E giungiamo alla terza tentazione, di cui parla l’odierno Vangelo. Satana conduce Gesù a Gerusalemme. Lo pone sul pinnacolo del tempio dicendo: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano […] essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Lc 4,9-11). Questa tentazione corrisponde a quella che san Giovanni chiama superbia della vita e che in tanti modi cerca negli uomini la propria soddisfazione. Per indurre Gesù a cadere in questa insidia, il tentatore si richiama alle parole del Salmo 90, e nasconde il male sotto le apparenze di una sconfinata fiducia nella Divina Provvidenza, sostenuta anche da un sicuro effetto di ammirazione tra la gente: “Guardate, si è gettato dal pinnacolo del tempio e non si è fatto niente!…”.

Bisogna ammettere che il tranello è fin troppo evidente. Satana, già due volte sconfitto mediante la Sacra Scrittura, tenta lui stesso di servirsene, ma si condanna così a una replica senza appello:

“È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo” (Lc 4, 12). Questa frase può essere intesa in un duplice senso: in primo luogo, essa significa che non è lecito tentare il Signore per soddisfare la propria superbia; secondariamente, con tale divieto Gesù afferma di poter vincere, in quanto Dio, ogni tentazione di Satana.

  1. Carissimi Fratelli e Sorelle della parrocchia di Santa Maria del Soccorso, sono lieto di incontrarvi e di celebrare con voi questa prima domenica di Quaresima. Ringrazio il Signore che mi dà modo di riprendere oggi le visite pastorali nelle Comunità parrocchiali della diocesi.

Saluto cordialmente il Cardinale Vicario ed il Vescovo del Settore. Saluto il vostro Parroco e il Viceparroco, che, pur non essendo preti romani, si sono calati pienamente nella realtà del territorio, con la sua storia ed i suoi problemi attuali. Saluto anche tutti gli altri sacerdoti che aiutano specialmente le domeniche nella parrocchia. Rivolgo uno speciale pensiero alle Suore Sacramentine di Bergamo, la cui presenza a Santa Maria del Soccorso risale alle origini del quartiere. In questi sessant’anni, sorrette dall’amore di Cristo Eucaristia, si sono dedicate anzitutto alla formazione delle ragazze e alla cura dei bambini nelle scuole materna ed elementare. Ma esse collaborano all’intera vita della Comunità, nell’intento di farne sempre più una famiglia viva, unita intorno a Cristo. Sono molto grato alla vostra Congregazione, carissime sorelle, per questo grande impegno.

Saluto quanti fanno parte delle diverse Associazioni, Movimenti e Gruppi d’impegno apostolico. Tutti incoraggio a dare grande importanza all’approfondimento della Parola di Dio e a collaborare generosamente con i sacerdoti per la diffusione del Vangelo in tutto il quartiere. Un ricordo particolare va ai giovani, che invito a considerare il sacramento della Cresima come una tappa fondamentale della loro crescita cristiana. Non dimenticate, però, cari giovani, che questo cammino di fede e di vita comunitaria va proseguito con generosità e costanza, cercando di animare con la luce del Vangelo gli ambienti di studio, di lavoro e le molteplici attività sportive e di volontariato alle quali vi dedicate. Vi aspetto poi il prossimo 6 aprile in Vaticano, per l’incontro dei giovani in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù che celebreremo la Domenica delle Palme.

  1. “Et ne nos inducas in tentationem”.

Carissimi Fratelli e Sorelle! Gesù ci ha insegnato a pregare il Padre anche con queste parole: “Non ci indurre in tentazione”. L’odierna prima Domenica di Quaresima costituisce, per più motivi, un particolare richiamo a questa domanda contenuta nella Preghiera del Signore. Oggi, infatti, ci è stato riproposto il digiuno di quaranta giorni, per mezzo del quale la Chiesa attualizza quello di Cristo nel deserto. Ma soprattutto ci è stato richiamato lo scopo del digiuno, vale a dire la lotta al peccato, il superamento delle tentazioni di vario genere, dalle quali è insidiata la vita dell’uomo.

Le tentazioni provengono da Satana, ma anche – come insegna la Chiesa – dal mondo corrotto e dalla nostra debole natura, che dopo il peccato originale è diventata più incline al male che al bene. Il mondo, come creatura di Dio, è bello e buono. Esso, però, sotto l’influsso di Satana, e a causa della nostra debolezza, è soggetto a molteplici falsificazioni, delle quali l’uomo può cadere vittima a motivo dello stimolo del peccato rimasto in lui come effetto della caduta originale. Questa debolezza viene anche sfruttata dal tentatore che il Vangelo definisce “menzognero e padre della menzogna” ( Gv 8, 44).

Questo ci insegna la liturgia dell’odierna prima Domenica di Quaresima. Essa indica allo stesso tempo il mezzo essenziale col quale ognuno di noi può vincere le tentazioni. Tale mezzo è la preghiera. La preghiera infatti è l’invocazione del nome del Signore, e come ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani : “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” ( Rm 10, 13). Facciamo nostre, pertanto, le parole dell’Apostolo come anche le parole del Salmo: “Mio rifugio e mia fortezza, / mio Dio, in cui confido” ( Sal 91, 2).

Auguro a tutti questa confidenza con Dio, questa preghiera che sa vincere e superare tutte le tentazioni della vita.

 

Le Suore Sacramentine

L’anno 1937 dalla casa Madre partono alcune Suore destinate alla borgata di Tiburtino III°, richieste dal Vicariato di Roma per:

  • L’assistenza ai bambini.

  • Raccogliere e assistere e servire al lavoro le ragazze abbandonate a loro stesse.

  • Affiancare ed aiutare il Parroco sia nelle opere parrocchiali, sia per il decoro e la pulizia della Chiesa.

In seguito le Suore verranno richieste nella assistenza della cucina e della mensa della maternità e dall’Ente di assistenza (E.C.A.). Più tardi avranno inizio le Scuole Elementari.

Inizialmente partirono da Bergamo le seguenti Suore:

Suor Giammaria Cornoldi, Suor Placidia Faccioli, Suore Giulietta Massari, Suor Pierluigia Calza e Suor Elena Giovanna S. Giovanni.

Queste resteranno fino al 1940 aggregate alla già esistente Comunità di Pietralata, retta dalla Superiora Suor Gustava Mascheretti. Le Suore si recheranno ogni mattina, a piedi, da Pietralata al Tiburtino dove svolgeranno la loro opera nei pressi della Parrocchia allora in costruzione. Sono concessi loro, dall’Istituto Case Popolari, quattro piccoli locali che si trasformano, secondo il bisogno, in aula per i piccoli, in refettorio per i medesimi, in stanza di lavoro per le ragazze e in Chiesa, quando il tempo era clemente. Le attività già accennate verranno esplicate dalle Suore in ordine di competenza come segue:

Suor Giammaria, addetta alla distribuzione del lavoro alle famiglie, è responsabile dell’esecuzione, della riconsegna e della retribuzione del medesimo. Suor Giulietta e Suor Placidia sono addette all’assistenza nell’asilo e ad aiutare il Parroco per catechismo, servizio liturgico, canto, decoro e pulizia della Chiesa. Suor Elena Giovanna e Suor Pierluigia sono entrambe impegnate nei Laboratori di confezione. Il lavoro proviene dalla Clinica Regina Elena e dalla Caserma Macao, situata nei pressi della stazione Termini. Per più di due anni le Suore prestano la loro opera con dedizione totale, compiendo innumerevoli sacrifici dovuti ai disagi a cui sono sottoposte. Secondo un teste ancora vivente, Suor Giulietta Massari, le Suore si devono recare a piedi ogni giorno, da Pietralata al tiburtino, per circa due km e a sera dopo una lunga giornata di stressante lavoro, ripercorrere la strada di ritorno per rientrare nella Comunità a cui sono aggregate. Conducono una vita di stenti e di autentica povertà, poiché la casa non è arredata e praticamente mancano di tutto. Come se ciò non bastasse, vivono nell’imprevisto in quanto le Suore, vengono di volta in volta designate ai vari uffici a secondo delle loro diverse esigenze del momento, con tutte le conseguenze che ne derivano. Davvero si desidera e si ha bisogno di una sistemazione adeguata.

Il 15 Agosto 1940 le Suore festeggiano il loro primo ingresso nella nuova casa, da tempo in costruzione, ad opera del Vicariato. Da questo momento nasce effettivamente la nuova Comunità di Tiburtino III°, retta dalla Superiora Suor Fedele Gamba. Le Suore sono felicissime e numerosi bimbi vengono accolti nelle aule della Scuola Materna dove tutto è più funzionante. Quasi contemporaneamente anche il Laboratorio trova nuova sistemazione nei locali, così detti, della Pineta. In questo periodo le Suore vengono richieste all’assistenza e alla sorveglianza nelle cucine dell’Ente assistenziale. Vengono assegnate a ciò Suor Tamiride Piccinelli, che vi resterà fin verso il 1954, e Suor Noemi Bertocchi. Questa, molto giovane e forse scossa dagli orrori della guerra, lascerà la terra quasi improvvisamente il 2 Settembre 1944.

In questo periodo si verifica un forte aumento della popolazione e le nuove famiglie di sfollati chiedono soccorso di ogni genere cosicché inizia un periodo di intensa assistenza alle famiglie, quasi tutte numerose, che venivano almeno una volta al giorno a chiedere quanto loro necessitava e ricevevano un po’ di tutto sia in viveri che in indumenti. Le mamme dicevano ai figli: « andate dalle Suore  a fare la spesa ». arrivavano dall’U.R.R.A. generi alimentari in grande quantità e dal Vaticano balle di indumenti e di calzature usati. Le Suore, e qui vanno ricordate Suor Ambrogina Crotti e Suor Giulietta Massari, dopo il lavoro scolastico e parrocchiale passavano il resto del tempo giornaliero e parte di quello notturno a smistare e preparare pacchi da distribuire, secondo il bisogno, alle famiglie.

Quest’opera di assistenza così massiccia durerà fino verso il 1956, epoca in cui, oltre 600 bambini della Scuola e ai 350 dell’Asilo, a cui veniva preparato il pranzo completo, veniva offerto un piatto caldo e un secondo freddo anche a circa 100 ragazze della Scuola di lavoro e tutto gratuito. Dopo la data accennata, migliorate le condizioni della popolazione, gradatamente quest’opera di assistenza, così grandiosa, diminuì fino a sparire completamente. Sempre verso il 1944 si aggiunse alla Scuola Materna la Scuola Elementare. È difficile dire come essa sia sorta; tenteremo tuttavia di farlo. Durante il periodo bellico, in seguito all’aumento della popolazione, aumentavano le richieste d’iscrizione alla Scuola Materna anche se i bambini erano in età scolare. La Scuola comunale della borgata era quasi inagibile e molti locali erano occupati dagli sfollati. I genitori, stretti dal bisogno, affidavano a forza dove non bastavano le preghiere, i loro bambini alle Suore. Le Suore, e qui vanno ricordate Suor Giuliana Burchietti e Suor Giulietta Massari, si addossarono, quasi come obbligo di coscienza, d’impartire ai fanciulli in età scolare le nozioni fondamentali del leggere, dello scrivere e del far di conto. La Scuola, che era in funzione in modo strettamente privato, venne riconosciuta e nel 1945 iniziò una attività regolare con esami. In tale data vennero esaminati dal direttore e da tre insegnanti comunali i 72 bambini della classe seconda con ottimi risultati.

La Scuola, denominata “Maria Immacolata”, continuò, in modo privato, assistita regolarmente agli esami dall’Ispettrice Caldarelli, inviata del Vicariato, fino al 1949. Epoca in cui venne parificata. Questo il curriculum della Scuola, ma assai più complicata fu la preparazione dei locali. Con l’aumentato numero di richieste, i locali si rendono quanto mai insufficienti; sorge quindi il problema del loro ampliamento. Per far fronte alla situazione, la Superiora Suor Fedele Gamba decide di chiedere aiuti, e insieme a Suor Giulietta Massari si rivolgono dapprima al Vicariato, poi all’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza), e al Genio Civile. Si bussa un po’ ovunque. Degna di memoria, in questo frangente, è Suor Vincenza dell’Istituto dame di S. Vincenzo che, conoscendo bene la zona e la popolazione, è in grado di fornire utili indicazioni. Tra le persone più influenti e più benemerite è la baronessa Tucci per la cui mediazione il Vicariato può effettuare l’acquisto del terreno a prezzo conveniente. A questo punto il Genio Civile si assume l’onere di assegnarci il personale edile che presterà la mano d’opera per la costruzione di cinque sale più il refettorio. Per l’arredamento ci si rivolge a Mons. Ercole del Vicariato, persona benemerita che ha sempre seguito con interesse e incoraggiato l’opera delle Suore nella borgata. Egli promette il suo aiuto e per ottenere un contributo in denaro informa della situazione il Cardinale Gian Battista Montini (futuro Papa Paolo VI), allora segretario di stato di S.S. Pio XII. Il Cardinale decide di compiere un sopralluogo. Degno di menzione è il fatto seguente: Mons. Montini giunse improvvisamente una mattina verso le otto. Volle visitare tutti gli ambienti. Arrivò così, senza preavviso anche in dormitorio dove le Suore, in piedi accanto al loro letto, con la tazza del caffèlatte in mano consumavano la colazione. Mancavano non solo del refettorio che veniva trasformato in aula scolastica, ma anche delle sedie. A quella vista Mons. Montini, molto commosso, esclamò: « Povere Suore, certo che c’è bisogno, più che bisogno! ». e si compiacque di assegnare la allora cospicua cifra di lire 400.000, somma che servirà per la costruzione di altre tre aule e per l’acquisto di materiale didattico più necessario. In seguito, grazie all’intervento del Cardinale Luigi Traglia, otteniamo di prelevare dal Seminario Maggiore un’intera aula di banchi usati, ma ancora in buone condizioni. Altri mobili vengono acquistati e la Scuola trova una sistemazione adeguata. 

Siamo nel 1949. La situazione scolastica risulta  come segue. La Scuola Materna ha tre sezioni miste, con circa 100 bambini per sezione. La Scuola Elementare ha 10 classi: 5 maschili e 5 femminili, comprendenti circa 60 alunni per classe. In questo stesso anno, tramite la direttrice Caldarelli, facciamo richiesta, della parifica per la Scuola Elementare. Ci viene concesso, per cui la posizione giuridica viene regolarizzata e le insegnanti godono della retribuzione statale del 50% dello stipendio dovuto alle insegnanti di Scuola Elementare Statale.

Il Laboratorio continuò la sua attività fino al 1964, sostenuto sopra tutto dalle ormai esperte vecchie lavoratrici. Le nuove adolescenti infatti andavano gradatamente diminuendo di numero perché a quell’epoca la scuola obbligatoria fu estesa fino ai 14 anni. Inoltre, per continuare tale attività sarebbe stato necessario ristrutturare l’organizzazione del lavoro regolarizzare la posizione delle lavoratrici. Si cercò, allora, e si trovò il modo di sistemare le giovani ancora frequentanti presso laboratori di sartoria e di maglieria secondo le specializzazione di ciascuna e il laboratorio venne chiuso.

L’attività in Parrocchia venne continuata e continua per quanto riguarda la Catechesi, il servizio Liturgico e, in forma ridotta, anche per quanto riguarda il decoro e la pulizia degli altari.

Una Suora ricorda

2 Ottobre 1954. Arrivo a Roma di sera. Da via Ignazio Ciampi, con un mezzo di fortuna, vengo accompagnata a Tiburtino III, alla periferia nord di Roma perché nella scuola delle Suore Sacramentine di Bergamo si attende un’insegnante di Scuola elementare.

Tiburtino III era una borgata sita tra la via Tiburtina e la via Collatina e contava, a quel tempo, 20 mila abitanti, provenienti da diverse regioni d’Italia: dal Sud al Nord, come la guerra li aveva costretti a….migrare. Erano famiglie prevalentemente povere, bisognose di tutto, ma desiderose di costruire o ricostruire la loro storia sulla sicura base della fede cristiana, ricevuta dai genitori e conservata nel loro cuore anche attraverso le distruzioni e gli orrori della guerra vissuti sulla propria pelle. Erano famiglie numerose, tanto che ne bastavano poche per riempire la parrocchia di Santa Maria del Soccorso. La loro religiosità si esprimeva nel modo più evidente nella processione che si svolgeva alla festa patronale della Madonna del Soccorso. A Lei, che passava attraverso le vie della borgata, si rivolgevano le donne che non avevano figli, implorando dalla Mamma benedetta il dono di un figlio come quello che Lei portava in braccio e, per la loro fede, venivano spesso esaudite.

La vita della popolazione era a quel tempo molto dura e difficile, data la mancanza dei beni primari: cibo e vestito. Aiuti venivano offerti da Enti di assistenza ecclesiali e civili, che procuravano indumenti, calzature, coperte e soprattutto generi alimentari. Il luogo di raccolta e smistamento di quanto giungeva era la Scuola delle Suore Sacramentine, che provvedevano a distribuire gli aiuti alle famiglie. Nonostante la situazione generale di povertà, i genitori volevano mandare i figli a scuola dalle suore, per assicurare loro una buona educazione e allora, al momento delle iscrizioni, una vera “folla” di mamme premeva al cancello, tanto che i carabinieri dovevano regolare il flusso e impedire liti e disordini. Le singole classi delle Elementari (10 a quel tempo) superavano spesso il limite dei 60 alunni e quelle della Materna addirittura 1 100 bambini per sezione!

La comunità delle Suore Sacramentine era formata da 25 religiose, tutte giovani (le più anziane sfioravano i 50 anni). Ciascuna di esse aveva compiti specifici, che svolgeva o con l’aiuto dei sacerdoti della Parrocchia o con i laici, specialmente con le ragazze che lavoravano nel Laboratorio. Delle suore, alcune erano addette al riordino della casa, altre alle cucine “interne”: comunità, scuola materna, scuola elementare; una a quella “esterna” dell’ONMI (assistenza maternità e infanzia). Tre suore erano educatrici nella scuola materna; dieci, maestre nelle Elementari. Ad esse si aggiungevano maestre di lavoro (taglio e cucito, ricamo, maglieria), che operavano con numerose ragazze della borgata le quali, a quel tempo, difficilmente potevano continuare gli studi dopo la scuola elementare e allora nel Laboratorio acquistavano abilità che le preparavano a svolgere con competenza attività commerciali.

Tutte le suore, animate da grande amore per l’Eucaristia e da grande desiderio di diffonderne il culto, si impegnavano con molto zelo all’apostolato tra la gente. Ogni suora operava in un ambito: nella catechesi per la preparazione ai Sacramenti dell’iniziazione cristiana, nell’Azione Cattolica (dalla sezione Angioletti a quella delle Donne di Azione Cattolica), tra le figlie di Maria, nei diversi reparti della scuola di lavoro. Alle ragazze che frequentavano il Laboratorio, o solo l’oratorio, era assicurata una formazione spirituale e morale, con l’aiuto delle Socie di Azione Cattolica. Era attivo l’oratorio femminile, che si svolgeva nella pineta di fronte alla casa, definita semplicemente “Pineta”, e aveva lo scopo di occupare il tempo libero delle bambine e delle ragazze in modo sano e costruttivo. In Pineta erano stati installati alcuni attrezzi necessari per i giochi. Per offrire un’attività ricreativa e insieme educativa alle ragazze, era stata costituita anche una compagnia filodrammatica molto attiva, animata da suor Argia Del Prato e suor Giulietta Massari. Le rappresentazioni teatrali delle ragazze attiravano tutta la popolazione. Non mancava l’assistenza alle ragazze colpite dalla tisi, e non erano poche!

Altro campo di apostolato era rappresentato dall’assistenza ai nomadi, che vivevano lungo la via Tiburtina all’ingresso della borgata, e ai baraccati, profughi dai paesi distrutti dalla guerra. Per aiutarli venivano impegnate anche le bambine della scuola elementare, che confezionavano indumenti per i neonati. Anche alla sera tardi le suore, con il parroco quando la situazione lo richiedeva, andavano a trovare le famiglie bisognose per portare loro conforto e cibo. Sacerdoti della parrocchia e suore erano totalmente dediti agli abitanti di Tiburtino, che cercavano di educare alla fede, alla carità, alla condivisione dei beni materiali e spirituali con i fratelli, perché costruissero la loro storia in modo positivo. Una persona “simbolo” di carità concreta era il dottore Marcello Spagnolo, il quale non risparmiava i suoi interventi ai malati e alle loro famiglie né di giorno né di notte, soccorrendo tutti secondo i loro bisogni. La vita di relazione tra la gente era consolidata dall’attenzione ai bisogni dei vicini, che chiedevano aiuto con la fiducia di ottenerlo. Gioie e dolori venivano condivisi e, ai funerali delle persone, partecipava tutta la gente della borgata, perché aveva seguito l’evolversi della malattia e aveva aiutato la famiglia colpita dalla sofferenza.

Tutte le attività erano confortate dalla preghiera di adorazione al SS. Sacramento, primo impegno delle Suore, che veniva estesa a tutte le persone sensibili, le quali, a turno, sostenevano l’adorazione di Gesù solennemente esposto in Parrocchia tutti i giovedì per l’intera giornata. Il sabato pomeriggio di ogni settimana veniva dedicato alla confessione dei bambini e di tutti coloro che lo desideravano. Il sacramento della Confessione era amministrato, oltre che dai sacerdoti della parrocchia, anche da sacerdoti-studenti, sempre assidui nella presenza.

Negli anni cinquanta a Tiburtino sei ragazze sono diventate Sacramentine. Una di esse è già in Paradiso: Suor Fabrizia (Pierina Cianti), due sono in missione, rispettivamente in Brasile e in Malawi. Il seme gettato dalle Sacramentine nei solchi degli anni lontani fruttifica ancora nella partecipazione di alcune persone alla Fraternità Sacramentina, tra cui Luisa Pera, nell’amore alle Missioni, alle quali la gente è vicina con la preghiera, con l’offerta in denaro e di materiale vario, ma anche con la partecipazione di alcune persone che dedicano le loro ferie per aiutare le suore in Africa. Una grande ricchezza è la condivisione di valori e di beni che tuttora è viva e incrementa uno stile di vita di “famiglia” tra gli abitanti del quartiere. Essi sono molto affezionati alle suore delle quali apprezzano lo spirito eucaristico e la generosità nel donarsi ai fratelli perché si estenda e cresca il Regno di Dio.

                                                                                                                       Sr. Valdimira Gaion

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